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Sono i dannati del coronavirus: gli sfollati del nord della Siria, i rifugiati ammassati nella terra di nessuno tra la Turchia e la Grecia, gli abitanti intrappolati della Striscia di Gaza, i profughi delle guerre in Afghanistan, Sud Sudan e Yemen, i rohingya perseguitati in quella che fu la Birmania…

fonte: per la pace

da: Internazionale

Sono i dannati del coronavirus: gli sfollati del nord della Siria, i rifugiati ammassati nella terra di nessuno tra la Turchia e la Grecia, gli abitanti intrappolati della Striscia di Gaza, i profughi delle guerre in Afghanistan, Sud Sudan e Yemen, i rohingya perseguitati in quella che fu la Birmania…

Queste popolazioni hanno in comune il fatto di essere totalmente inermi davanti alla minaccia del coronavirus, precarie tra i precari su scala mondiale, vittime ieri dei disastri politici nei loro paesi e oggi della pandemia che non risparmia nessun paese e nessuna popolazione.

Su un sito dell’Onu un profugo rohingya racconta il panico e il terrore scoppiati nei campi profughi del Bangladesh quando sono stati annunciati i primi casi di Covid-19 nel paese. Secondo il testimone il milione di rifugiati ammassati nei campi non ha alcuna possibilità di sfuggire al virus.

Il 24 marzo il segretario generale delle Nazioni Unite António Gutteres ha lanciato un appello per un “cessate il fuoco immediato in ogni parte del mondo” nelle zone di guerra per proteggere i civili dalla pandemia, nemico comune.

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fonte: libertà e giustizia

di: Liana Milella

«Anche questa vicenda ha effetti molto diversi a seconda della collocazione sociale. Quelli che stanno su possono riderne. Quelli che stanno giù, probabilmente, potrebbero dover piangere». Il professor Gustavo Zagrebelsky vive, come tutti noi, l’ emergenza di queste ore. E con Repubblica riflette sul nostro destino. Di oggi. Di domani. Di chissà quanti giorni…

Prim’ancora di parlare di diritti e di doveri, di libertà della persona e di Costituzione, qual è il suo stato d’animo rispetto a questa peste del 2020 che è intorno a noi, che è nel mondo, che si propaga e produce morte?
«In questo momento mi pare che si debba fare attenzione alle parole, perché le parole a loro volta possono diffondere pesti psicologiche. Peste evoca scenari storici, come la peste bubbonica, la peste nera, la peste polmonare del passato, che venivano rappresentate pittoricamente nelle tante danze macabre, in cui i viventi danzavano abbracciati agli scheletri. Mi pare che oggi non siamo in queste condizioni. Innanzitutto perché siamo di fronte a una pandemia viralpolmonare che a me non fa pensare alla peste, e poi perché di fronte a quella che lei chiama peste il mondo scientifico e ospedaliero è mobilitato e ha strumenti nelle sue mani».

Quindi lei è tranquillo?
«Tutt’altro. Ma penso che si debba reagire ragionando e non delirando».
 

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fonte: liberainformazione

di: Gian Carlo Caselli

Parafrasando L’amore ai tempi del colera di García Márquez, riflettiamo su “La mafia ai tempi del Coronavirus”, confidando che la bestemmia dell’accostamento amore-mafia possa attenuarsi almeno un po’ se inserita in un incipit che riunisce mafia-colera-Coronavirus, quasi fossero sinonimi.

Partiamo da un primo dato: la vera e propria “economia parallela”, con guadagni giganteschi e andamento sempre in crescita, che le mafie hanno da tempo costruito. Una economia illegale che pian piano è riuscita a risucchiare nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane, frenate spesso dal fatto che osservare le regole non è come impiegare sistematicamente forme di persuasione, corruzione o minaccia, invisibili o violente a seconda dei casi.

Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e ha potuto espandersi come un’onda che si insinua dovunque. Nei fatti, libero mercato e concorrenza han cominciato a diventare scatole vuote che facilitano il massiccio inquinamento dell’economia pulita. I portafogli dei mafiosi e dei loro complici si gonfiano sempre più e gli effetti sullo sviluppo del Paese sono devastanti. Significativa l’equivalenza stabilita dal governatore Draghi: “Più legalità uguale meno mafie, e più legalità – meno mafie uguale più sviluppo”.

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Uomini e donne scappate dalla Siria o dai centri di detenzione libici cuciono mascherine, migranti consegnano la spesa ad anziani e disabili, Ong al lavoro: brevi racconti per riflettere

fonte: libera

Tempi magri per i cattivisti (gli odiatori seriali), quelli del coronavirus: marocchini che offrono un posto letto agli italiani bloccati in Marocco dopo la chiusura delle frontiere (Aiutateci a casa vostra!), condomini cinesi che lasciano nella buca delle lettere tre mascherine (Aiutateci a casa nostra!), migranti fuggiti dai lager libici e dalla guerra in Siria che consegnano la spesa agli anziani, o cuciono mascherine (Aiutiamoli a casa nostra, che poi ci aiutano), e le Ong che fine hanno fatto? Sono tutte sul campo. Abbiamo scelto venti storie di solidarietà per riflettere. 

1. Abdou M. Diouf racconta su Facebook che nei giorni scorsi, grazie a un tam tam social, molti marocchini hanno offerto un posto letto nelle proprie case agli italiani rimasti bloccati in Marocco dopo la chiusura delle frontiere causata dall'emergenza coronavirus. Aiutateci a casa vostra.

2. Matteo Zorzoli, giornalista sportivo, ha postato su Twitter la foto di una busta da lettere con su scritto "Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! All'alba vincerò" e all'interno tre mascherine. Una famiglia cinese l'ha lasciata in tutte le cassette postali del palazzo in cui si è trasferita da poco. "Ancora non parlano bene l'italiano, stiamo scrivendo un messaggio di ringraziamento con parole semplici e comprensibili", ha commentato il papà di Matteo a La provincia paveseAiutateci a casa nostra.

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fonte: antimafiaduemila

di Stefano Baudino
Il Maxiprocesso istruito dal pool antimafia di Palermo era cominciato e le 8067 pagine della requisitoria dei giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello spaventavano e non poco Cosa Nostra, in particolare per la dichiarazione in apertura del documento: “Questo è il processo alla organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l'intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore”. Nel 1986 Paolo Borsellino, essendo stato nominato Procuratore della Repubblica a Marsala, lasciò il pool, che verrà ampliato dai tre giudici Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte. Borsellino tornerà alla Procura di Palermo in qualità di procuratore aggiunto sei anni dopo.

Gli imputati al Maxiprocesso erano in totale 474. Di questi, 207 erano soggetti a un regime di detenzione (come Luciano Liggio, arrestato nel 1974), 44 erano agli arresti domiciliari, 102 erano a piede libero o in libertà provvisoria e 121 erano invece in latitanza (come Salvatore Riina e Bernardo Provenzano). I capi di imputazione erano un’infinità, 450: tra di essi spiccava l’associazione a delinquere di stampo mafioso che, per una cinquantina di imputati, era “finalizzata al traffico di stupefacenti”, oltre ovviamente all’omicidio, al sequestro, all’estorsione e alla rapina. Per l’enorme portata dell’evento, il Maxiprocesso si tenne in un’aula bunker fatta costruire in un breve arco di tempo di fianco al carcere dell’Ucciardone.

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fonte: liberainformazione

di: Fabiana Martini*

Fu la ripetizione di un incubo a cui Trieste non era pronta. Ma in realtà non si è mai pronti ad accettare la morte, tanto più se si tratta di una morte violenta, barbara, perpetrata da altri.

Non erano passati neanche due mesi dalla strage di Mostar, in cui tre giornalisti triestini — Marco Luchetta, Dario D’Angelo e Saša Ota — avevano perso la vita, dimostrando che la guerra che si stava combattendo al di là del confine, a due passi da casa, riguardava anche noi, ed ecco un’altra tragedia: altri due colleghi ammazzati mentre facevano il loro mestiere, un altro triestino che non fa ritorno. La guerra ci riguarda sempre, anche quando è apparentemente lontana.

Era il 20 marzo 1994, 26 anni fa, il giorno in cui in Somalia furono assassinati la giornalista Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, colui che quasi sempre viene indicato come il suo cineoperatore. Ma dare un nome e un volto alle vittime è importante: a quelle del Mediterraneo come a quelle della mafia, ai morti sul lavoro come a quelli che cercano la verità a mano disarmata. Fare memoria significa esercitare la responsabilità e rinnovare l’impegno che quella storia ci rimanda, significa riconoscere che quella vita era importante, aveva un senso, lascia un vuoto, non è un numero nella conta dei caduti.

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Dal fondatore di Libera un messaggio tra memoria, solidarietà impegno

fonte: antimafiaduemila

di Aaron Pettinari

Un messaggio di coesione, solidarietà, memoria e impegno. Così don Luigi Ciotti, intervenuto on line su lavialibera.libera.it ha voluto celebrare la XXV Giornata in memoria delle vittime innocenti delle mafie. Purtroppo l'emergenza sanitaria ha portato al rinvio della grande manifestazione che quest'anno si sarebbe dovuta tenere a Palermo. Un appuntamento posticipato a ottobre quando, si spera, questa battaglia contro il coronavirus sarà sconfitta.

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Il magistrato interviene per la XXV Giornata dedicata alle vittime innocenti delle mafie

fonte: antimafiaduemila

di Giorgio Bongiovanni

Il 21 marzo è il giorno che a livello nazionale è dedicato alla memoria e all'impegno per le vittime innocenti delle mafie. Il magistrato Nino Di Matteo, membro del CSM e autore con Saverio Lodato del libro "Il Patto Sporco. Il processo Stato-mafia raccontato da un suo protagonista", edito da Chiarelettere, oggi ha celebrato la ricorrenza con poche parole. Un intervento che ci invita non solo ad onorare la memoria delle vittime di mafia, ma anche a impegnarci quotidianamente nella ricerca della verità su stragi e delitti eccellenti su cui, purtroppo ancora oggi, vi è un oscuro silenzio.
"La giornata della memoria è una giornata molto importante. Anche perché questo paese sta rischiando di diventare un Paese senza memoria e quindi senza futuro – ha ricordato il magistrato – Oggi ricordiamo le vittime della mafia che non sono soltanto i giudici, i poliziotti, i carabinieri, i prefetti, i medici legali, gli imprenditori, i sacerdoti e i tanti giornalisti uccisi dalle mafie. Ma anche le tante migliaia di giovani per il traffico dell'eroina e poi della cocaina, che toglie prima la libertà, poi la dignità e tante volte anche la vita. Su esso le mafie hanno costruito gran parte delle loro ricchezze".

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fonte: liberainformazione

di: Rocco Artifoni

In questi giorni tragici della pandemia i media ci mostrano anche il volto di un’Italia che si prodiga, che non s’arrende, che dà una mano, che fa volontariato, che canta l’Inno di Mameli, che suona le canzoni più popolari.

Ma verrà un giorno in cui ci si ricorderà di come eravamo prima della pandemia.

Con la sanità per anni sottoposta ai tagli dei posti letto e del personale, con la privatizzazione dei servizi più remunerativi, con il numero chiuso alle facoltà di medicina, con l’insufficienza dei posti per le specializzazioni, con i medici di base che vanno in pensione e non vengono sostituiti, con la prevenzione diventata un optional, con i consultori ridotti al lumicino, con persone che non si curavano più per mancanza di soldi per pagare i ticket, ecc.

Per anni si è lasciato andare il servizio sanitario pubblico ed oggi ci si accorge della sua centralità e rilevanza. E allora si corre ad assumere nuovo personale, a richiamare quelli andati in pensione, a promettere aumenti di stipendi, ad anticipare le lauree degli infermieri, a tappare tutti i buchi che prima sono stati fatti.

Non è il momento di fare polemica, sentiamo dire. E quando sarebbe, se non ora? Perché non qui, perché non adesso, in questa terra bergamasca, circondato da parenti e amici morti?

Gli operatori sanitari sono diventati i nostri eroi, mentre si diffondono le notizie di donazioni e di raccolte di fondi per gli ospedali. Esponiamo le bandiere, i lenzuoli e persino le gigantografie.

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Rete della Pace e Rete italiana per il Disarmo: "Più investimenti per la salute, meno spese militari".

fonte: libera
L'Italia e il mondo intero stanno affrontando la gravissima emergenza sanitaria derivante dalla pandemia di coronavirus COVID-19, forse la più grande crisi di salute pubblica (e non solo) del dopoguerra per i paesi ricchi ed industrializzati. Rete della Pace e Rete italiana per il Disarmo si uniscono alle voci di vicinanza e compartecipazione ai problemi che l'intero Paese sta vivendo, con un particolare pensiero ai familiari delle vittime e un forte sostegno nei confronti degli operatori della sanità e di chi mantiene operativi i servizi essenziali.
La drammatica situazione causata dal COVID-19 deve farci riflettere e ripensare alle nostre priorità, al concetto di difesa, al valore del lavoro e della salute pubblica, al ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune, con una visione europea ed internazionale, costruendo giustizia sociale, equità, democrazia, pieno accesso ai diritti umani universali, quali condizioni imprescindibili per ottenere sicurezza, benessere e pace.

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Ancora oggi restano tante domande aperte sulle reali motivazioni del delitto

fonte: antimafiaduemila

di Karim El Sadi

Un giovane poliziotto tradito da un amico e eliminato da Cosa nostra. Un caso di lupara bianca avvolto da omertà istituzionali, reticenze, depistaggi. E’ la storia di Emanuele Piazza, agente di polizia e collaboratore dei servizi segreti, assassinato il 16 marzo di 30 anni fa.
Scomparve la sera prima, il 15 marzo del 1990, da casa sua, a Sferracavallo (Palermo).
I familiari, l’indomani quando andarono a cercarlo, si accorsero immediatamente che qualcosa non andava. Al loro arrivo, infatti, trovarono la porta accostata, il frigorifero aperto e della pasta scotta, ormai divenuta colla. Come se chi l’avesse preparata si fosse allontanato improvvisamente, senza pensare a mangiare.
Da quel 16 marzo, di Emanuele, non si seppe più nulla. Il padre, Giustino Piazza, noto avvocato di Palermo, decise allora di denunciare la scomparsa in Questura, proprio per la stranezza dell’assenza imprevista del figlio da casa. Ma la denuncia venne lasciata nel cassetto per mesi, mai letta.
Un vero e proprio muro di gomma che si innalzava di fronte a quell'uomo: nessuno aveva realmente intenzione di contribuire alla ricerca del figlio.

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fonte: antimafiaduemila

di Stefano Baudino
Il 6 Agosto 1985 venne ucciso a colpi di kalashnikov, assieme ad un uomo della sua scorta, Ninni Cassarà, vice capo della Squadra Mobile di Palermo, che aveva anche preso parte alla famosa operazione Pizza Connection all’interno di un’indagine sul traffico di droga condotta dall’FBI con cui collaborò la magistratura italiana. Fu l’ultimo omicidio materialmente portato a termine da Giuseppe Greco, detto “Scarpuzzedda”, al quale peraltro sono stati attribuiti anche quelli di Rocco Chinnici, di Carlo Alberto dalla Chiesa e di Pio La Torre, oltre che di Stefano Bontate, di Salvatore Inzerillo e di Rosario Riccobono durante la seconda guerra di mafia.
Proprio in virtù dell'infinita scia di omicidi che “Scarpuzzedda” aveva portato a compimento (circa sessanta), egli era diventato molto popolare dentro Cosa Nostra e, al termine della seconda guerra di mafia, si era conquistato uno scranno all’interno della Commissione. Una carriera in forte, fortissima ascesa: un'arma a doppio taglio in un ambiente così delicato come quello dell'associazione criminale Cosa Nostra, appena uscita dal conflitto interno più sanguinoso di sempre e, dunque, immersa in un contesto di pieno riassetto degli equilibri di potere.

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Ecco libri, musei e spettacoli online per rompere l’isolamento!

fonte: per la pace

da: Avvenire

Già duramente colpito dalle norme che impongono la chiusura di teatri, cinema e musei, impedendo così lo svolgimento di eventi dal vivo, il mondo della cultura sta cercando di reagire all’emergenza coronavirus servendosi delle opportunità offerte dal web. Molte sono le iniziative avviate in queste ore, sia in campo istituzionale (è il caso delle risorse rese disponibili dal Governo attraverso il sito Solidarietà Digitale), sia da associazioni, compagnie teatrali, musei e privati cittadini. Ecco alcune delle possibilità tra cui è possibile scegliere per continuare a frequentare il linguaggio della bellezza senza venir meno alle precauzioni che tutti siamo chiamati a rispettare.

Visite virtuali

La pagina Facebook del Museo Egizio di Torino ospita brevi video nei quali il direttore Christian Greco commenta alcuni oggetti della collezione in una prospettiva che tenga conto dell’attuale emergenza. Si comincia con l’attualissimo scambio di lettere tra due scribi, padre e figlio: il primo preoccupato per la mancanza di notizie, il secondo rassicurante anche se un po’ sbrigativo.

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fonte: libertà e giustizia

di: Marco Revelli

Alla velocità della luce siamo arrivati a una sorta di ground zero.

La decisione del governo di trasformare l’ intero Paese in un’unica, grande «zona rossa» – di arrestare così la vita sociale ed economica per salvare la vita biologica – ne è l’emblema.

Nell’arco di meno di una settimana il mondo consueto in cui vivevamo si è rovesciato, e siamo regrediti, d’ un balzo, a un grado zero non solo dell’ attività – dei movimenti, del lavoro, della produttività – ma della relazionalità. E anche, vogliamo dirlo? della civiltà. È quanto accade quando repentinamente la politica si rivela come bio -politica. E più che le regole umanizzate della Polis valgono quelle elementari della sopravvivenza, del Bios.

Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci «nell’osso e nella carne» (per usare le parole che, nel libro di Giobbe, il satana rivolge a dio), polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine. Ogni precedente «pensato» orientato alla convivenza civile in un «sistema sociale», travolto dalle nuove pre-umane, dis-umane, regole dei «sistemi viventi».

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