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articolo in risalto

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Ieri a Roma in migliaia hanno sfilato contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza e hanno chiesto l’approvazione dello ius soli.

fonte: per la pace

da: Manifesto

C’è il ragazzo che indossa una maschera con la faccia del ministro degli Interni Marco Minniti versione vampiro, con i canini ben appuntiti che spuntano dalla bocca. E poi, poco più avanti, ci sono decine di ragazzi e ragazze che portano stretto alla vita o sulle spalle il telo termico color oro con cui i soccorritori coprono i migranti salvati dal mare. «Questo telo è un segno di solidarietà nei confronti di tutti gli uomini e le donne che rischiano la morte per fuggire», spiega una ragazza.

Non sono i quasi centomila che solo cinque mesi fa, a maggio, hanno riempito le strade di Milano in una grande manifestazione per l’accoglienza dei migranti, ma di questi tempi i circa ventimila (secondo gli organizzatori) che ieri hanno attraversato Roma per manifestare contro il razzismo rappresentano pur sempre un risultato di tutto rispetto. Come sa bene Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale dell’Arci, che infatti non nasconde la sua soddisfazione. «Considerato il momento che stiamo attraversando il risultato è molto buono», dice quando il corteo è già arrivato a piazza Vittorio, tappa finale della giornata. «L’iniziativa di oggi fa ben sperare per l’avvio di una stagione di mobilitazioni di cui abbiamo bisogno per dare maggiore spazio a chi non ha voce perché considerato ininfluente dal punto di vista elettorale», commenta Miraglia.

Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», c’è scritto sullo striscione che dà il via al corteo. Alla manifestazione indetta dall’Arci hanno aderito un centinaio di associazioni e organizzazioni, insieme al vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ad Andrea Camilleri, Moni Ovadia e don Luigi Ciotti: «L’immigrazione non è un reato perché non è reato la speranza», ha spiegato ancora ieri il fondatore di Libera e del Gruppo Abele. «Oggi ci troviamo invece a fare i conti con un sistema che garantisce il privilegio di pochi e toglie la speranza a tutti gli altri».

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L'ennesimo schiaffo alla giornalista tedesca Petra Reski

fonte: antimafiaduemila

di Francesca Mondin
Parlare di mafia all'estero facendo nomi e cognomi è ancoro un tabù. Lo sa bene la giornalista esperta di mafia italiana all'estero Petra Reski, che ieri ha subito l'ennesimo schiaffo al suo lavoro d'inchiesta giornalistica. Secondo la Corte Europea per i diritti umani infatti, l’annerimento del suo libro "Santa Mafia" e il risarcimento di 10mila euro all'imprenditore italiano S. P. non infrangono la libertà di espressione.
La giornalista tedesca bilingue, segue da oltre vent'anni, da Venezia, l'evoluzione dei rapporti tra i due paesi. Da quando nel 2008 ha deciso di mettere nero su bianco l'evidente penetrazione delle mafie italiane nel mondo, e nello specifico in Germania, alla luce della strage di Duisburg (agosto 2007), è iniziata un'inarrestabile operazione di censura e denigrazione nei suoi confronti.
Il coraggio della giornalista tedesca è quello di parlare di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e finanziario tedesco lì dove mancano molti strumenti giuridici per il contrasto alla criminalità organizzata, come il reato di associazione mafiosa ad esempio.
Nonostante il lavoro di Petra Reski sia stato riconosciuto da diversi magistrati e addetti ai lavori italiani, in Germania oltre che subire intimidazioni e minacce la giornalista è stata costretta a difendersi in diverse aule di tribunale da accuse di diffamazione sollevate da diversi imprenditori italiani trapiantati in Germania. Una “tattica, soprattutto qui in Germania per cercare di rovinare i giornalisti che scrivono di mafia, paralizzando le loro attività, intimidendoli e minacciandoli tramite le denunce” aveva spiegato in passato la giornalista tedesca. L'ultima condanna risale a febbraio di quest'anno per aver violato il diritto alla personalità di un imprenditore italiano citandolo in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale "Freitag" col titolo "Ai boss piace il tedesco”. L'isolamento che si è trovata a vivere fin dalla citazione a giudizio è esemplare e la dice lunga sulla difficoltà di trattare questi temi all'estero. Petra Reski infatti racconta di essere stata “scaricata” dal giornale Freitag che ha subito rimosso l'articolo senza schierarsi in sua difesa.
Ora, alla luce anche della sentenza della Corte Europea dei diritti umani emerge quanto sia importante continuare la battaglia, promossa da Sonia Alfano quando era al parlamento europeo, per sensibilizzare e fornire gli strumenti adeguati al contrasto alla mafia in Europa. Perché di strada ce n’è ancora molta, sia sulla lotta alla criminalità organizzata che per la libertà di stampa.

La Redazione ANTIMAFIADuemila esprime piena e totale solidarietà alla collega Petra ed al suo coraggio e impegno nella lotta alla mafia.

Sentenza della Corte Europea: Clicca qui!

Sette anni di inchieste di tutte le forze di polizia contro il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata raccolti in uno studio del Ros 

fonte: Avvenire

di:

«Il traffico di sostanze stupefacenti è il lavoro di noi che facciamo parte della ’ndrangheta: la ’ndrangheta non ha come scopo il narcotraffico», dice Rocco Marando, collaboratore di giustizia: un pentito di ’ndrangheta: moneta molto rara. «La droga per noi è un "mestiere", mentre la ’ndrangheta è una famiglia che vuole ordine e che evita di avere problemi e fastidi con le forze di polizia» dice ancora.Ciascun locale (struttura territoriale della ’ndrangheta che raggruppa più famiglie -’ndrine- e prende il nome dal luogo -"locale"- in cui si riunisce) ha una cassa comune, una "valigetta" nella quale vengono versate quote dei proventi delle attività illecite. E quando poi si va a scavare nei patrimoni arriva un’altra conferma della propensione al risparmio che hanno le cosche: nei conti dei dei camorristi per esempio, si trovano un sacco di finanziamenti aperti; in quelli degli ’ndranghetisti invece (se si riesce a risalire lungo la filiera di teste di legno e prestanome cui sono intestati) si trovano polizze assicurative e fondi d’investimento. La cartina qui a fianco è stata elaborata sulla base delle principali inchieste di narcotraffico raccolte dal Ros di Milano, ed è anche la mappa delle famiglie mafiose (quasi tutte cosche di ’ndrangheta). O, detto in altri termini, significa che non c’è inchiesta di ’ndrangheta (e di criminalità organizzata) in cui non ci sia anche droga. I pochi nomi illustri che mancano lo devono forse al fatto che nel periodo d’indagine preso in esame erano già in carcere per qualche altra condanna. Eppure circa metà (49 %) delle indagini per narcotraffico riguardano la criminalità comune, mentre soltanto l’11% di esse sono state condotte contro le organizzazioni mafiose; le restanti indagini interessano infine gruppi criminali di diverse etnie. La ’ndrangheta, quindi la più forte delle organizzazioni mafiose, con il 7% di provvedimenti giudiziari a suo carico, non sale neanche sul podio dei narcotrafficanti, staccata dalla criminalità comune, preceduta da albanesi e dai maghrebini (11% a testa) ed eguagliata dai cinesi. È quello che con un luogo comune si chiama "un dato da interpretare".

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fonte: liberainformazione

di: Tonio Dell'Olio

 La Federazione Italiana della Stampa e l’associazione Articolo 21 hanno presentato qualche giorno fa un’iniziativa che intende affiancare la famiglia Regeni nella ricerca di verità sulla morte violenta del proprio figlio. In particolare i riflettori degli organi d’informazione e dei giornalisti aderenti si accenderanno ogni 14 del mese perché dal 14 agosto scorso l’Italia ha di nuovo un ambasciatore al Cairo!

Si tratta di una vera scorta mediatica perché ha il potere non solo di non far dimenticare, ma anche di far sentire il fiato sul collo a chiunque abbia responsabilità e potere. Basti pensare che proprio negli stessi giorni in cui il governo italiano decideva di nominare un ambasciatore in Egitto, il governo egiziano attaccava l’Egyptian Commission for Right and Freedom, l’organizzazione che rappresenta legalmente la famiglia Regeni nel Paese. I

n meno di tre settimane, le autorità del Cairo hanno oscurato il sito internet dell’Ecrf, arrestato uno dei loro collaboratori – Ibrahim Metwalli – con l’accusa di danneggiare la sicurezza nazionale e tentato di porre i sigilli alla sede. Ma la scorta mediatica dovrebbe essere uno strumento da utilizzare in modo diffuso e incisivo per tutte le vicende che rischiano d’essere dimenticate e per quelle che richiedono protezione perché la scorta mediatica funge da deterrente verso coloro che pensano di farla franca minacciando o facendo tacere chi denuncia e chi cerca la verità e troppo spesso è lasciato solo.

Una vera e propria scorta nonviolenta.

fonte: avvisopubblico

di Annalisa Berlingheri

Sanità, eccellenza della Lombardia”, un mantra per Roberto Formigoni.
Vero e proprio fiore all'occhiello, da sbandierare ad ogni piè sospinto.
Il ciellino firmò delibere con indebiti rimborsi per 200 milioni agli amici della Fondazione Maugeri tra il 1997 e il 2011 e al San Raffaele tra il 2001 e il 2011, in cambio ottenne 8 milioni di benefit, come l'uso di yacht, vacanze e una villa in Sardegna che è stata per metà sequestrata, per un valore di oltre 6,6 milioni di euro.

Parte dei soldi della Regione finivano sui conti del faccendiere Pierangelo Daccò, al quale sono stati confiscati 23 milioni di euro, sequestrati anche 15,9 milioni all'ex assessore Nicola Simone e 8 milioni all'ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino.

Accusato di corruzione, Formigoni è stato condannato in primo grado a 6 anni e a 6 anni d'interdizione dai pubblici uffici; Daccò a 9 anni e 2 mesi; Simone a 2 anni e 2 mesi; Passerino a 7 anni, Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

L'inchiesta della Procura di Milano favorì il ricambio a Palazzo Lombardia.
La presidenza passò alla Lega Nord con Roberto Maroni che nominò suo vice il berlusconiano Mario Mantovani.
Peccato che due anni e mezzo dopo, Mario Mantovani, assessore alla Salute e sindaco di Arconate, venga arrestato, per reati commessi tra il 6 giugno 2012 e il 30 giugno 2014. L'accusa è concussione, corruzione aggravata, turbativa d'asta. L'arresto avviene poche ore prima che il politico apra a Palazzo Lombardia il Convegno “Legalità e trasparenza”.

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Il popolo che da millenni vive in Patagonia scacciato dall'impero dell'abbigliamento

fonte: antimafiaduemila

 di Giorgio Bongiovanni

Di fronte al probabile ritrovamento del corpo di Santiago Maldonado, attivista argentino che appoggiava la lotta per le terre Mapuche, vien da chiedersi quanto ancora questo popolo dovrà sopportare per poter vivere nelle terre della Patagonia che furono dei loro avi. Maldonado era scomparso durante un'operazione delle forze di polizia intervenute lo scorso luglio, e a giugno il leader del popolo Mapuche, Facundo Jones Huala, era stato arrestato con l'accusa di terrorismo. Da una parte la rivendicazione di terre ancestrali, dove i Mapuche hanno vissuto per generazioni, dall'altra l'impero Benetton che, carte alla mano, non vuole rinunciare a quei 900mila ettari di terreno sul quale 100mila pecore forniscono loro il 10% della produzione di lana. Nel mezzo, numerosi scontri violenti – dopo un fallito tentativo di mediazione – tra la popolazione indigena e le forze dell'ordine argentine, che troppo da vicino ricordano le “squadre nere” del periodo fascista.
Perché qui è di un “braccio di ferro” fascista che si parla, di fronte a un conflitto che ha radici lontane ma solo di recente è entrato nelle cronache internazionali. Nel 1991 la famiglia Benetton acquisì per 50 milioni di dollari 900mila ettari di terre dalla compagnia Tierras Del Sur Argentino, principale proprietaria terriera nella Patagonia argentina. Poi, nel '94, il presidente Carlos Menem vendette a Benetton quelle terre ad un prezzo irrisorio, e gli abitanti Mapuche furono confinati in zone marginali e improduttive, o costretti alla migrazione nei centri urbani. Negli anni, però, il popolo indigeno non ha rinunciato alla riappropriazione di quelle terre, e hanno cercato di estendersi e di insediarsi in alcuni villaggi.

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Nella Giornata Europea contro la tratta emergono i dati allarmanti dell’Italia. Nel nostro Paese secondo la Caritas dalle 50 alle 70 mila donne sono costrette a prostituirsi e circa 150 mila uomini, in gran parte giovani migranti, sono sfruttati per il lavoro forzato.

fonte: per la pace

da: Redattore Sociale

Solo in Italia il fenomeno della tratta ha numeri allarmanti: dalle “50 alle 70mila donne sono costrette a prostituirsi e circa 150 mila uomini, in gran parte giovani migranti, sfruttati per il lavoro forzato“. A ricordare questi dati – già diffusi a febbraio scorso – è Caritas italiana, che ieri è intervenuta al convegno promosso dal Dipartimento delle Pari Opportunità organizzato in occasione della Giornata europea contro la tratta di esseri umani.
Nella Giornata europea contro la tratta, il Parlamento europeo rivela che nei 28 Stati membri il fenomeno coinvolge circa 15.800 persone. Ma in Italia i numeri schizzano verso l’alto per due motivi: il report Ue, prima di tutto, prende in considerazione il periodo 2013-2014, prima cioé della crisi dei flussi migratori nel Mediterraneo.
Il report Caritas invece non solo ne tiene conto, ma è anche più recente, e accende la luce sui migranti indicati come una categoria particolare: “Il 90 per cento dei migranti arrivati in Europa negli ultimi anni è vittima dei trafficanti di esseri umani” si legge sul portale internet della Caritas ambrosiana. “Molti di loro, uomini, donne e bambini, sono ridotti in condizioni di vera e propria schiavitù per lo sfruttamento sessuale e lavorativo.
Nel mondo, sono tra i 21 e i 35 milioni le vittime di tratta e lavoro forzato. E in Italia, il fenomeno riguarda dalle 50 alle 70 mila donne costrette a prostituirsi e circa 150 mila uomini, in gran parte giovani migranti, sfruttati per il lavoro schiavo“.
Il fenomeno pertanto, “pur con costanti mutamenti, non ha cenni di flessione – denuncia Caritas italiana – e continua ad alimentare gravi sofferenze nelle vittime; grandi profitti alle organizzazioni criminose e non favorisce una reale crescita culturale nella nostra societa’”.

fonte: avvisopubblico

Con l’approvazione in via definitiva della Riforma del Codice Antimafia si chiude un “ciclo” iniziato nel 2012 con la proposta di Legge di Iniziativa PopolareIo Riattivo il Lavoro”. Fu proprio quella mobilitazione, promossa dalla CGIL e sostenuta da Arci, Avviso Pubblico, Acli, Centro Studi Pio La Torre, Libera, Lega Coop e SOS Impresa, che mise in moto una discussione politica fino a quel momento assente, incapace di comprendere la necessità di sostenere la ricollocazione nel circuito di legalità dei beni sottratti ai mafiosi, attraverso i sequestri penali e di prevenzione.

Questa mattina durante la conferenza stampa di chiusura della Campagna ‘Io Riattivo il Lavoro’, svoltasi presso la sede della Federazione nazionale stampa italiana, sono stati illustrati alcuni dati importanti sulla corruzione, sulle aziende sequestrate e sulle esperienze di riutilizzo sociale delle cooperative.

Quello che oggi hanno chiesto con forza la rete delle Associazioni del Comitato promotore è l’importanza che il Governo renda operative le deleghe ricevute e che vengano varati i decreti attuativi previsti. Devono nascere i tavoli territoriali presso le Prefetture in modo che la gestione del riutilizzo dei beni sequestrati sia più rapida e deve essere potenziata l’Agenzia Nazionale portandola a 200 dipendenti, rivedendone l’organizzazione del lavoro, scegliendo le giuste professionalità.

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fonte: antimafiaduemila

di Nicola Tranfaglia
Ci sono a Roma due gruppi criminali diversi: uno fa capo a Salvatore Buzzi e uno a Massimo Carminati. Ma non esiste mafia capitale, nè  autonoma nè derivata. Perchè di fatto è assente quella violenza che caratterizza le organizzazioni criminali e che viene riconosciuta nell’articolo 416 bis del codice penale. E nè la corruzione ,per quanto pervasiva e sistematica e capace di arrivare fino al cuore della politica, può essere considerata mafia.

E neanche può chi giudica estendere l’applicazione della legge fino a forzarla. E’ la conclusione cui arrivano i giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma che spiegano in 3200 pagine i motivi che li hanno condotto a irrogare il mese scorso vent’anni ,come nel caso di Massimo Carminati. “Tralasciando il clamore mediatico, non c’è dubbio che i fatti accertati siano di estrema gravità, intanto per il loro stesso numero, e infine per la durata stessa della condotta antigiuridica. Spezzato quello che per la procura di Roma è un “unicum criminale” le due formazioni appaiono distinte “per la diversa soggettività delle azioni criminose e per la eterogeneità delle condotte organizzative ed operative. Sicché – ragionano i giudici – non può essere condivisa la lettura unitaria proposta dall’accusa circa l’esistenza di un unicum criminale che cementando le sue diverse componenti giunge ad avvalersi di un carica intimidatoria condizionando da un lato la legalità dell’azione amministrativa e dall’altra l’andamento delle pubbliche gare e ad orientare in proprio esclusivo favore gli esiti delle relative procedure.

Attribuiscono i giudici a Carminati la capacità di stabilire rapporti tra i membri della banda della Magliana di cui divenne erede e le successive organizzazioni di cui ha fatto parte.

E al gruppo di Salvatore Buzzi la capacità di intervenire pesantemente con metodi corruttivi diffusi nelle scelte politiche e nell’azione della pubblica amministrazione. I giudici hanno messo in  evidenza il suo appoggio a Gianni Alemanno candidato di nuovo a guidare il comune nel 2013.

Tratto da: articolo21.org

fonte: liberainformazione

di: Roberto Ciccarelli

 

«Ad alta voce». Assemblee in trenta città della «Rete dei numeri pari» contro le diseguaglianze. Il fondatore di Libera: «Stanco di sentir parlare di sofferenze bancarie. E le sofferenze umane?»
«Riconosco che con il reddito d’inclusione approvato dal governo Gentiloni si è fatto qualcosa ma il 60% dei poveri è tagliato fuori. Mi piacerebbe che si trovassero i soldi subito per le sofferenze umane, sono stanco di sentir parlare di sofferenze bancarie. Che cosa dobbiamo aspettare? Le nuove elezioni politiche? La povertà è un reato, un crimine di civiltà».
Lo ha detto Don Luigi Ciotti intervenendo all’iniziativa «Ad Alta Voce» tappa romana in piazza San Giovanni Bosco, a Cinecittà, della carovana contro le diseguaglianze e per il reddito di dignità promossa dalla Rete dei Numeri Pari in trenta città. «Sono il segno – ha detto il fondatore di Libera – che se una resistenza c’è già stata in Italia, ma oggi ci vuole una nuova resistenza, per seminare il positivo. È il noi che vince. Il cambiamento ha bisogno del contributo di ciascuno di noi».
L’intervento è stato fatto in chiusura dell’incontro organizzato nel cuore del Tuscolano, nella piazza davanti alla gigantesca basilica di San Giovanni Bosco, la stessa che è stata ingiustamente resa nota nel 2015 dai funerali di Vittorio Casamonica, già considerato uno dei «Re di Roma», accusato di usura, racket e traffico di stupefacenti.

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Un politico: “Guai a voi: la mafia non esiste!”

Apprendiamo che in questi giorni il candidato all’Assemblea Regionale Siciliana, Riccardo Pellegrino, nel corso di un’iniziativa elettorale tenutasi nel quartiere di San Cristoforo, ha avuto modo di dichiarare, dopo aver augurato un’impropria cacciata dei comunisti dal quartiere, che la mafia, a San Cristoforo, non esiste.

 Dire che la mafia non esiste a San Cristoforo, oltre ad essere falso, è anche pericoloso e indegno per un candidato al Parlamento Siciliano.

Significa, prima di tutto, essere fuori dalla Storia di questa terra e ignorare la lotta di migliaia di donne e di uomini che hanno affrontato, con la propria vita, i soprusi e le oppressioni mafiose.

Significa isolare tutte quelle realtà sociali che, dignitosamente e con enormi difficoltà, giorno per giorno, costruiscono percorsi di emancipazione e di giustizia sociale e che, peraltro, per questa loro attività, hanno subito pesanti intimidazioni proprio a San Cristoforo (le ultime risalgono alla scorsa estate).

Significa calpestare pubblicamente la dignità di tutti coloro i quali lottano per cambiare Catania e la Sicilia e costruire una democrazia liberata dal bisogno e dalla miseria.

Per queste ragioni chiediamo a tutte le forze sociali, a tutte le associazioni, i collettivi e i singoli cittadini, di condannare e prendere le distanze dalle dichiarazioni del candidato Pellegrino che, ad oggi, risulta essere anche Consigliere Comunale della città di Catania.

Arci Comitato Territoriale Catania – I Siciliani Giovani – GAPA (Giovani Assolutamente Per Agire) – I Briganti Rugby Librino- Associazione Gammazita – LpS Liberi Pensieri Studenteschi – M.U.A. Movimento Universitario Autorganizzato – Comunità Resistente Piazzetta- Circolo Arci Melquiades – Fondazione Fava  – Centro Polifunzionale ex cinema Midulla – Circolo Arci Faber – Associazione Culturale Clatù – Link Studenti Indipendenti Catania…..

***

Le adesioni all’appello possono essere operate sottoscrivendo a questo indirizzo

http://chn.ge/2zc2CSa

Chiediamo espressamente ai partiti politici o ai soggetti direttamente impegnati in questa campagna elettorale siciliana di non aderire per evitare becere strumentalizzazioni elettorali.

fonte: antimafiaduemila

di Nando dalla Chiesa
Ho stima e considerazione del ministro Orlando, con il quale ho anche collaborato sulle mafie al Nord. Ma la libertà di giudizio è irrinunciabile. Specie nei tornanti in cui il vento è a sfavore. La vicenda della “riforma” del 41-bis è una di queste. Alla mafia il carcere non è mai piaciuto, se non come residenza temporanea in cui accumulare potere e prestigio; luogo da cui dare ordini di morte, per brindare poi al loro successo. Figurarsi se poteva piacerle il carcere speciale.

E infatti per 25 anni non ha fatto altro che lavorare ai fianchi questa “eresia”. Basta ricordare le centinaia di 41-bis revocati dal ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993. E poi l’abolizione delle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara con il governo dell’Ulivo. Di cui i mafiosi detenuti in regime di isolamento furono informati prima ancora del parlamento. E poi le minacce ai parlamentari-avvocati inadempienti verso Cosa Nostra. Finché nei primi anni duemila Ilda Boccassini notò che di fatto il 41-bis non esisteva più, tanto era stato annacquato. Sapemmo più di recente che nell’ora d’aria i capimafia al 41-bis riuscivano addirittura a tenere veri e propri summit: boss di camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra a consesso, a discutere di strategie di affari e di organizzazione.

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Dal 24 settembre al 10 ottobre 2017 trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche, di colori politici diversi, hanno camminato fianco a fianco, percorrendo quattro rotte e convergere infine tutte a Gerusalemme, in nome della pace.

fonte: per la pace

da: Articolo 21

«Nei nostri incontri a volte ci abbracciamo e piangiamo di commozione le une sulle spalle delle altre, senza bisogno di dirci nulla. Molte di noi hanno infatti perso un figlio, un marito, un familiare. Ogni famiglia israeliana e palestinese ha almeno un morto fra i propri cari, perso a causa del conflitto. I media ci hanno abituato alle liste numeriche di morti. Ma quando ascolti le testimonianze dal vivo di chi invece ha perso un affetto, ti rendi conto che i morti non sono “numeri anonimi”, e che dietro ogni morto c’è tutto un mondo di sofferenza, di famiglie spezzate». Ha raccontato così la scrittrice di religione ebraica Shazarahel RI, referente del Movimento World Wage Peace, “Donne costruttrici di pace”, vicepresidente della Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia) e coordinatrice del Dipartimento Donne di Uniti per Unire, le emozioni che hanno accompagnato la marcia per la pace organizzata in Israele, dal 24 settembre al 10 ottobre 2017. Trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche, di colori politici diversi, hanno camminato fianco a fianco, percorrendo quattro rotte – sud, nord, ovest, est – fino a convergere tutte a Gerusalemme; con loro anche uomini, bambini, laici, religiosi. La mattina del 24 settembre a Sderot – città del distretto meridionale di Israele, ad un chilometro da Gaza, spesso bersaglio degli attacchi dei razzi Qassam provenienti dalla Striscia -, e la sera presso il kibbutz Tze’elim, situato nel deserto del Negev, in passato utilizzato come base militare, è stato dato il via alla manifestazione con la cerimonia inaugurale.
 

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La giornalista Milena Gabanelli ha chiesto pubblicamente una legge a difesa di chi segnala corruzione e illeciti sul lavoro, sostenendo la nostra campagna per tutelare le #vocidigiustizia, unendo la sua voce alla tua e a quella di altre migliaia di persone. L’ha fatto in occasione della presentazione del libro di Andrea Franzoso, il whisteblower che ha denunciato le spese pazze del presidente di Ferrovie Nord, che viziava il figlio con i soldi dell’azienda.
É successo il 12 ottobre, lo stesso giorno in cui il Senato, dopo oltre 600 giorni di stallo, ha finalmente discusso in aula il disegno di legge per proteggere da ritorsioni, mobbing e licenziamenti chi, come Andrea, decide di fare il proprio dovere di cittadino.
Purtroppo il testo della legge è rimasto ancora una volta bloccato al Senato, dove dovrà essere discusso nuovamente il 17 ottobre, ovvero domani, invece di essere trasmesso alla Camera per la votazione finale.
Un rinvio che potrebbe causare l’affossamento definitivo della legge. Un’offesa a tutte le persone che hanno a cuore la legalità e la lotta alla corruzione in questo Paese.
Non possiamo permetterlo, per questo dobbiamo fare sentire ancora più forte la nostra voce. Condividi la petizione su Facebook e convinci quante più persone possibili a chiedere assieme a noi una legge a difesa delle voci di giustizia.

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