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articolo in risalto

vi informiamo della corposa e bella iniziativa che si svolgerà prossimamente a Giussano, sostenuta da Libera, e alleghiamo un "appello" di Fabio responsabile della struttura "Casa nostra".

Un INVITO e una richiesta di AIUTO per tutti voi.
Il prossimo week end a Giussano ci sarà un Festival dell'inclusione (programma allegato).
Tra le varie cose ci sarà mostra/installazione della Caritas Milano che prende il nome di MY MIRROR.
In un ambiente protetto ci si guarderà negli occhi per 4 minuti con un perfetto sconosciuto/a.
Quindi dobbiamo garantire una certa presenza di "stranieri" ( Giussanesi e non).
Esperienza utile a tutti per capire meglio la forza del pregiudizio.
Vi aspetto!
 

 

 

fonte: legambiente

Cos’è Puliamo il Mondo

Puliamo il Mondo è l’edizione italiana di Clean up the World, il più grande appuntamento di volontariato ambientale del mondo.  Con questa iniziativa vengono liberate dai rifiuti e dall’incuria i parchi, i giardini, le strade, le piazze, i fiumi e le spiagge di molte città del mondo. Portata in Italia nel 1993 da Legambiente, che ne ha assunto il ruolo di comitato organizzatore, è presente su tutto il territorio nazionale grazie all’instancabile lavoro di oltre 1.000 gruppi di “volontari dell’ambiente”, che da 26 anni organizzano l’iniziativa a livello locale in collaborazione con associazioni, comitati, istituzioni locali e aziende. Lo scorso anno in Italia l’iniziativa ha coinvolto oltre 600mila volontari, 35 associazioni cattoliche e laiche, tante scuole, migranti e comunità straniere.

Legambiente dedica, anche quest’anno, una parte delle iniziative di Puliamo il Mondo all’abbattimento dei pregiudizi e delle tante discriminazioni sociali da cui ripulire città e territori del nostro Paese, con l’iniziativa Puliamo il mondo dai pregiudizi.

#ancheIOpuliscoilmondo

Facci sapere che ci sarai anche tu! Scarica il cartello, stampalo, fatti una foto e pubblicala sui social con l’hashtag #ancheIOpuliscoilmondo.

Centinaia di appuntamenti lungo la penisola per ripulire le piazze, le strade, i parchi delle nostre città dai rifiuti abbandonati, dal degrado, dai pregiudizi.

Unisciti a noi! Per un mondo pulito, civile, inclusivo. Da costruire insieme. Il 20, 21 e 22 settembre 2019

Tutti gli appuntamenti su www.puliamoilmondo.it 

La giustizia ambientale, cioè la salvaguardia e il rispetto della Terra non può essere disgiunta dalla giustizia sociale, cioè dal riscatto degli oppressi, degli sfruttati e degli esclusi.

fonte: per la pace

da: Il Manifesto

La crisi climatica al centro degli allarmi lanciati da Greta Thunberg marcia parallelamente a una crisi ambientale, anch’essa planetaria, che riguarda soprattutto la perdita di biodiversità, come ci ricorda Extintion Rebellion; ma la giustizia ambientale, cioè la salvaguardia e il rispetto della Terra non può essere disgiunta dalla giustizia sociale, cioè dal riscatto degli oppressi, degli sfruttati e degli esclusi; un nesso che è al centro dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco e della proposta di una nuova alleanza tra umani e natura di cui il sinodo sull’Amazzonia in corso a Roma dovrebbe fornire un paradigma.

Queste equivalenze, fatte proprie da Fridays for future e dagli altri movimenti che mettono l’ambiente al primo posto aiutano ad affrontare i principali dilemmi della lotta per la salvaguardia del pianeta:

Primo: basterà sostituire i combustibili fossili con fonti rinnovabili per mettere in sicurezza il futuro dell’umanità? No, le fonti rinnovabili sono sicuramente in grado di fornire a tutti gli abitanti della Terra l’energia necessaria a una vita dignitosa, a condizione di non farne l’uso sconsiderato di oggi.

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fonte: libertà e giustizia

di: GUSTAVO ZAGREBELSKY

Un’espressione particolarmente densa di significato, usata per la prima volta da Hannah Arendt con riguardo alla condizione in cui si trovò il suo popolo, il popolo ebraico, nell’ Europa nazi-fascista e nazionalista, nei venti anni dei decenni 1930-1940, è “diritto di avere diritti” ed è entrata nel nostro lessico politico e giuridico soprattutto a opera di Stefano Rodotà che ne ha fatto il titolo di un suo importante libro del 2013. Questo trapianto da quel tempo al nostro ha comportato un mutamento del significato originario, anzi una sua adulterazione.

Coloro che oggi denunciano la banalizzazione del discorso sui diritti, la sua enfasi ideologica, la tendenza a trasformare i più disparati interessi particolari in nuovi diritti senza considerare gli effetti disgregatori della compagine sociale che l’ eccesso può comportare, costoro intendono quel motto come una sorta di pericoloso moltiplicatore automatico. Lo diceva Hannah Arendt: la barbarie arriva quando le persone perdono la dignità per ciò che sono, non per ciò che fanno. L’antidoto? Tornare alla lezione di Kant segue dalla prima pagina. Ecco il significato che Hannah Arendt attribuisce a quella sua espressione. La privazione del diritto di avere diritti «si manifesta soprattutto nella privazione di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto.

Qualcosa di molto più essenziale della libertà e della giustizia, che sono diritti dei cittadini, è in gioco quando l’ appartenenza alla comunità in cui si è nati non è più una cosa naturale e la non appartenenza non è più oggetto di scelta; quando si è posti in una situazione in cui [] il trattamento subìto non dipende da quel che si fa o non si fa [ma da quel che si è]. Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. Esse sono prive non del diritto alla libertà, ma del diritto all’ azione; non del diritto a pensare qualunque cosa loro piaccia, ma del diritto alla “opinione”. Non contano niente.

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fonte: antimafiaduemila

di Aaron Pettinari e Davide de Bari
La deposizione dell'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prevista per il prossimo 3 ottobre al processo d'appello sulla trattativa Stato-Mafia, potrebbe saltare per un "impedimento". Un'ipotesi plausibile tenuto conto che ieri, al palazzo di giustizia di Palermo, sono stati avvistati i legali dell'ex premier, Niccolò Ghedini e Franco Coppi. I due avvocati si sarebbero recati presso la segreteria della II° sezione della Corte d'Assise d'Appello e poi al primo piano, nell'ala che ospita anche gli uffici dei sostituti procuratori generali, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che sostengono l'accusa.
L'esame del leader di Forza Italia era stato chiesto dai legali dell'imputato Marcello Dell'Utri a cui i pg si sono associati.
La Corte aveva accolto la richiesta disponendo la citazione di Berlusconi per riferire "quanto sa a proposito delle minacce mafiose subite dal governo da lui presieduto nel 1994 mentre era premier".
Secondo la sentenza di primo grado la minaccia fu trasmessa tramite dell'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 12 anni.

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fonte: antimafiaduemila

da robigreco.wordpress.com
Siamo a Palermo, in via Messina Marinae, nella borgata Romagnolo. È il 18 settembre 1959. Manca poco alle ore 21:00. L’autobus della linea 25 raggiunge la fermata. Si aprono le porte e scendono alcune persone. Tra queste Filippo Drago, gestore di una profumeria in via Maqueda, insieme con due nipoti, Michele e Salvatore. Dopo essere scesi, i tre si uomini si dirigono verso l’abitazione di Drago, sita al fondo Spano. Una Fiat 1100 è parcheggiata a pochi metri dalla fermata ed ha il motore acceso. Dai finestrini dell’auto vengono sparati diversi colpi di fucile contro il gruppetto. Le esplosioni spaventano i passanti. Drago, benché già ferito, estrae la pistola che porta con sé, risponde al fuoco e poi si da alla fuga. Bersaglio dei colpi dei suoi avversari, cerca di trovare scampo nella canonica della chiesa di S.S. Bosco. Ma sulla scalinata altri colpi lo colpiscono a morte.

C’è una bambina, quel giorno, a pochi metri dalla fermata dell’autobus 25. Si chiama Giuseppina Savoca e abita non molto lontano dalla fermata della linea 25. Sta giocando, come spesso fa, per strada. Un proiettile vagante, che come gli assassini che lo esplodono non ha pietà, la colpisce al collo. Giuseppina cade a terra, ferita a morte. Verrà portata all’ospedale Villa Sofia. La sua agonia durerà per tre lunghissimi giorni.

Giuseppina Savoca aveva dodici anni. Il suo ricordo è affidato al progetto “Gli Invisibili”.
 

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NO AL TORNACONTO PERSONALE, SÌ AL BENE COMUNE

fonte: riparteilfuturo

FIRMA LA PETIZIONE

PETIZIONE diretta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico e al Presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati Giuseppe Brescia

Firma ora per avere finalmente una legge che regoli il conflitto di interessi. Per troppi anni abbiamo visto politici e funzionari pubblici lavorare per il tornaconto di amici, parenti, lobby e gruppi di appartenenza. Ora che la nuova maggioranza di governo ha inserito il conflitto di interessi nella sua agenda programmatica, chiediamo con forza di passare dalle promesse ai fatti! Abbiamo bisogno subito di una legge che individui chiaramente i casi in cui gli interessi personali sono incompatibili con un incarico pubblico. Lo dobbiamo fare per proteggere il bene della collettività e prevenire la corruzione. Perché che cos’è la corruzione se non anteporre gli interessi privati a quelli pubblici?

Quante volte ci siamo imbattuti in politici che sembravano fare gli interessi dell’azienda di famiglia piuttosto che quelli dei loro elettori? Quante volte ci è sembrato che un funzionario pubblico non lavorasse per il bene della collettività, ma semmai per il tornaconto di un amico o di un parente? Quante volte abbiamo avuto il sospetto che un nostro rappresentante nelle istituzioni avesse un rapporto troppo stretto con un gruppo di potere?

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«Il nuovo rapporto del segretario generale dell’Onu sulla Libia, reso noto oggi da Avvenire, e che è sul tavolo dei giudici del Tribunale Internazionale dell’Aja è un documentato, implacabile ed oggettivo atto di accusa per tutte quelle violazioni dei diritti umani e della dignità delle persone di cui si sono macchiate e si stanno macchiando le autorità libiche, la cosiddetta Guardia Costiera libica e le varie milizie nei confronti dei profughi e dei migranti, moderni schiavi del 3º Millennio.
Non avevamo dubbi sul fatto che la realtà fosse questa. La nostra denuncia pubblica è nota da tempo».

Lo afferma Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana dopo il rapporto choc dell’Onu sulle autorità e sulle forze di polizia libiche che vendono migranti ai trafficanti, operando violenze sessuali e no, stupri, sparizioni di massa.

«Ora chi ha permesso in Europa e anche nel nostro Paese – prosegue il parlamentare di Leu – che tutto questo avvenisse in questi anni ne dovrà essere responsabile di fronte alla propria coscienza, all’opinione pubblica e nelle aule di giustizia internazionale».

«Alla politica italiana e al nuovo governo spetta invece il compito di fare subito una netta svolta nel rispetto dei diritti umani e delle norme internazionali, annullando gli accordi e i memorandum sottoscritti dai precedenti governi – conclude Fratoianni – e facendo entrare nei propri porti le navi con i naufraghi a partire dalla Ocean Viking, che non può rimanere in mezzo al mare».

Lo rende noto l’ufficio stampa di SI-Leu

fonte: liberainformazione

Carlo Palermo è il magistrato che nell’aprile del 1985 si è miracolosamente salvato dall’attentato mafioso di Pizzolungo, in provincia di Trapani. Nello scoppio dell’autobomba che avrebbe dovuto ucciderlo, morirono invece una giovane mamma, Barbara Rizzo, e due dei suoi tre figli: Salvatore e Giuseppe Asta.

Ancora oggi non è chiaro chi fu a volere la sua morte. Certamente il procuratore fu il primo a indagare quel traffico internazionale di droga e di armi che negli anni ‘80 dal Medio Oriente arrivava fino a Trento.

Nel corso della sua lunga carriera ha messo in luce il filo rosso che lega le Mafie internazionali alla politica e alle organizzazioni occulte che governano il mondo da settant’anni a questa parte.

Davide Mattiello ha ripercorso con lui le vicende di quegli anni: misteri irrisolti che caratterizzano ancora oggi la storia nazionale e internazionale.

26 anni fa saliva in cielo Padre Pino Puglisi, vittima di mafia

fonte: antimafiaduemila

di Karim El Sadi

Una vita trascorsa a predicare amore, misericordia e perdono cristico dentro la sua parrocchia di Brancaccio, nel cuore di Palermo. Un'ancora per gli indifesi, i dimenticati e soprattutto per chi cercava di divincolarsi dalle grinfie dalla mafia. Questo era per i palermitani don Pino Puglisi, assassinato da Cosa nostra 26 anni fa. Nato il 15 settembre 1937 nel capoluogo Siciliano, precisamente nel quartiere di Brancaccio dove poi venne assassinato, "3P" (così si faceva chiamare dagli amici) aveva umili origini, il padre era un calzolaio e la madre una sarta. Decise già da giovanissimo di abbracciare la fede e dedicare la propria esistenza agli ultimi, in particolare impegnandosi a curare la propria terra, la Sicilia, da una malattia letale: la mafia. E su questa linea il suo primo banco di prova non tardò ad arrivare. Il primo ottobre 1970 venne nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo segnato da una sanguinosa faida mafiosa dove rimase fino al 31 luglio 1978. Lì riuscì a riconciliare le famiglie dilaniate dalla violenza con la forza del perdono. In quegli anni seguì anche le battaglie sociali di un’altra zona degradata della periferia orientale della città, lo “Scaricatore”, in collaborazione con il centro della zona dei Decollati gestito dalle Assistenti sociali missionarie, tra cui Agostina Ajello. La vera sfida avvenne però a partire dal 1990, precisamente il 29 settembre giorno della sua investitura a Parroco a San Gaetano nel quartiere di Brancaccio.

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In Italia solo un bambino su 10 può accedere all’asilo nido pubblico o privato. Il rapporto di Save The Children.

fonte: per la pace

da: Avvenire

Le disuguaglianze tra i bambini, per quanto riguarda l’acquisizione di capacità e competenze, si formano già nei primissimi anni di vita, ben prima dell’ingresso a scuola.

Non si tratta, tuttavia, di disuguaglianze inevitabili: frequentare l’asilo nido, così come trascorrere del tempo di qualità con i propri genitori, si dimostra un fattore determinante in grado di ridurre il gap. Eppure, in Italia, solo 1 bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi negativi che si registrano in regioni come Calabria e Campania, dove la copertura è pressoché assente e, rispettivamente, solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un nido pubblico.

Uno scenario in cui le ripercussioni negative riguardano soprattutto i minori provenienti da famiglie
economicamente svantaggiate e che hanno dunque maggiori difficoltà nell’accedere alla rete degli asili privati non convenzionati.

È quanto emerge dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita”, diffuso da Save the Children, l’organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico nel nostro Paese.

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fonte: liberainformazione

di: Piero Innocenti

Diversi anni fa, nel 2001, suscitarono aspre polemiche le dichiarazioni di Pietro Lunardi, allora Ministro delle Infrastrutture, che, parlando delle possibili infiltrazioni mafiose negli appalti per le opere pubbliche, affermò che “mafia e camorra (..) purtroppo ci sono e dovremo convivere con questa realtà”, aggiungendo, subito dopo, la personale e stravagante intuizione secondo cui “i problemi di criminalità ognuno li risolve come vuole”.

L’indignazione e le prese di posizione politiche per le affermazioni di Lunardi furono presto “assorbite” e l’azione di contrasto dello Stato alle mafie attraverso la DIA e le forze di polizia è continuata, pur tra alti e bassi, conseguendo risultati che sono stati riepilogati anche nella ultima relazione della stessa DIA, del secondo semestre del 2018 (presentata in Parlamento, a luglio scorso, dal Ministro dell’Interno).

Dunque, nei ventisette anni di vita della Direzione Investigativa Antimafia, sono stati sequestrati (e confiscati) alle mafie italiane e alle “altre” organizzazioni criminali, beni per un valore complessivo di oltre 24 miliardi di euro che, in relazione ai profitti stimati derivanti dalle complessive attività criminali svolte in tale lungo arco temporale, rappresentano solo una piccola parte delle ricchezze accumulate e reinvestite nei vari settori economici dalle mafie.

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Conte riceve la fiducia anche al Senato

fonte: antimafiaduemila

di Giorgio Bongiovanni

Con 169 sì, 133 no e 5 astenuti anche il Senato, così come aveva già fatto la Camera, ha votato la fiducia al neonato governo Conte due. Non vogliamo entrare nel merito dei dibattiti (anche penosi) che si sono avuti in questi due giorni in Parlamento. Tuttavia non possiamo non constatare alcune evidenze rispetto un tema che dovrebbe essere centrale e che, diversamente, viene "scientemente" dimenticato: quello della lotta alla mafia, relegato ad un miserabile 13esimo posto nei 26 punti stabiliti da Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico. Abbiamo sentito il discorso alla Camera del Premier Giuseppe Conte, figura che continuiamo a ritenere una brava persona, ma non possiamo essere contenti delle poche parole spese in materia per un punto che nella bozza di programma viene previsto in forma mediocre. "Dobbiamo potenziare la lotta alle organizzazioni mafiose e rendere sempre più efficace, come già anticipato, il contrasto all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive, per i grandi evasori" ha ribadito il Presidente del Consiglio. Una striminzita e sterile frase rispetto ad un problema la cui risoluzione dovrebbe essere prioritaria per uno Stato che vuole proclamarsi rinnovato o del cambiamento. Quanto sia grave la situazione lo hanno ricordato di recente magistrati come Giuseppe LombardoNicola Gratteri e Antonino Di Matteo. Proprio quest'ultimo, alla festa de Il Fatto Quotidiano, aveva definito come "assordante" il silenzio della politica sulla lotta alla mafia e la ricerca delle verità sulle stragi.

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La Commissione Parlamentare Antimafia chiede chiarimenti al leader del Carroccio

fonte: antimafiaduemila

di Karim El Sadi

Accade che tra le migliaia di autoscatti chiesti dai fan al leader della Lega Matteo Salvini, ai quali il senatore non si è mai tirato indietro, possa esserci inavvertitamente quello di individui dai precedenti o dalle parentele poco raccomandabili. E’ successo lo scorso dicembre quando a San Siro il segretario leghista si era fatto fotografare insieme a Luca Lucci, capo ultras del Milan condannato per spaccio di droga, ed è accaduto tre giorni fa a Vignola (in provincia di Modena) con il figlio di un noto camorrista. Nel paesino situato nel cuore dell’Emilia Romagna, Salvini si era avvicinato ai sostenitori per farsi immortale insieme a loro, come è solito fare. Tra questi però c’era anche Michele Matrone figlio del boss Franchino "‘a belva" di Scafati, uno dei boss più sanguinari dell’area vesuviana, che su Facebook ha postato lo scatto in compagnia del senatore Salvini con tanto di scritta “un caffè insieme al mio caro amico Matteo”. In poche ore la foto è rimbalzata sui social e sui media locali e nazionali e l’autore ha cancellato il post. Il padre di Michele MatroneFranchino, era nella “lista dei più ricercati d’Italia” fino al 17 agosto 2012, giorno del suo arresto ad Acerno dopo diversi anni di latitanza. Su di lui già dal 1984 pendeva l’accusa di associazione a delinquere insieme ad un gruppo di criminali vicini a Carmine Alfieri e Pasquale Galasso.
Dal 2007 Franchino si era dileguato dopo che i giudici del tribunale di Nocera Inferiore avevano notificato il mandato di cattura a suo carico per il coinvolgimento nell’omicidio di Salvatore Squillante nel 1980 in un agguato di camorra.

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fonte: antimafiaduemila

di Rossella Guadagnini
"Sta succedendo qualcosa nell'universo femminile che può mettere in difficoltà la mafia, sia all'interno dell'organizzazione, che all'esterno". Lo sottolinea all'Adnkronos Nando dalla Chiesa, docente universitario, che dal prossimo lunedì 9 settembre fino a venerdì 13, dirigerà la Summer School on Organized Crime del Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-politici dell’Università degli Studi di Milano, dedicata per questa IX edizione al tema "Mafia e donne". "All'interno della mafia – prosegue il sociologo – i casi di abbandono silenzioso oppure di defezione morale sono ormai numerosi. Certo la maggioranza delle donne di mafia è fedele alla 'cultura' e agli imperativi dell'organizzazione. Ma i casi di rigetto – vuoi su pressione dei figli, vuoi per le attività di reinserimento svolte in carcere, vuoi per scelta morale autonoma favorita dal rapporto con il mondo esterno – sono davvero interessanti, anche se talora si chiudono in modo drammatico". Al di fuori di Cosa Nostra si registra, invece, "una crescita straordinaria della presenza femminile nei movimenti antimafia – spiega ancora dalla Chiesa – Io stesso resto stupito dall'incidenza delle studentesse nei progetti universitari, nei corsi, nelle tesi di laurea. A volte, in una facoltà che non è di genere come Scienze Politiche, rappresentano i tre quarti o i quattro quinti del totale dei partecipanti. E' un fatto importante, di cui occorre capire le ragioni. Tanto che sono giunto alla conclusione che l'antimafia è donna". L'appuntamento milanese – che riunisce comunità scientifica e società civile – offre un'occasione di confronto su temi che investono disuguaglianze di genere, costumi civili, processi educativi, diritto di famiglia e antropologia culturale. Nella nostra società esistono ‘pari opportunità’ anche nel delinquere? C'è una specie di 'par condicio' tra uomini e donne criminali? Come cambia il rapporto tra l'universo malavitoso, maschile e maschilista, e le donne?

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