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Due settimane di incontri all’ONU tra governi e società civile per capire come diminuire e porre sotto controllo la violenza derivante da oltre un miliardo di armi leggere diffuse nel mondo.

fonte: per la pace

da: rete italiane per il disarmo

I Governi di tutto il mondo si incontrano per capire come diminuire e porre sotto controllo la violenza derivante da oltre un miliardo di armi leggere diffuse nel mondo. Presente alla Conferenza di Revisione la società civile internazionale, per indirizzare il dibattito verso soluzioni efficaci. Anche Rete Italiana per il Disarmo e Opal Brescia a New York.

È iniziata ieri a New York la Terza “Conferenza di Revisione del Programma di Azione che le Nazioni Unite hanno impostato per prevenire, combattere, sradicare il traffico illecito di armi leggere in tutti suoi aspetti”. Per due settimane i Governi di tutto il mondo avranno quindi la possibilità di valutare i progressi fatti nell’implementazione di questo strumento di controllo degli impatti problematica causati dalla diffusione di armi. La Conferenza di Revisione viene convocata ogni sei anni ed è per questo un importante appuntamento a livello internazionale. La società civile italiana che si occupa di disarmo e controllo degli armamenti sarà rappresentata al Palazzo di Vetro dell’ONU dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal) e dalla Rete italiana per il Disarmo (RID, di cui lo stesso Opal è parte), con una presenza di esperti inserita nella folta delegazione della società civile internazionale presente, coordinata dalla Rete internazionale di azione sulle armi leggere IANSA.

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fonte: liberainformazione

di: Rocco Artifoni

«Il contante è in via di principio il mezzo di pagamento prescelto per alcune transazioni riferite all’economia informale e illegale, poiché impedisce la tracciabilità e garantisce l’anonimato degli scambi. L’analisi nazionale dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo sottolinea come l’uso del contante caratterizzi i fenomeni dell’usura, del traffico illecito di rifiuti e armi, delle truffe. L’uso massivo del contante connota la maggior parte dei reati connessi allo sfruttamento sessuale, allo spaccio di sostanze stupefacenti, ed è frequentemente associato a reati a scopo estorsivo e corruttivo e ad alcune fattispecie di reati tributari e fiscali». Queste osservazioni sono contenute in un report della Banca d’Italia, che – a quanto pare – non è stato preso in considerazione dall’attuale Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale durante l’Assemblea di Confesercenti ha recentemente dichiarato: «Fosse per me non porrei nessun limite al contante».

Il dibattito e le modifiche legislative sul “tetto” da porre ai pagamenti in contanti sono in corso da decenni in Italia. Era stato il Governo Berlusconi nel 2002 a fissare il limite a 12.500 euro. Nel 2008 il Governo Prodi l’aveva abbassato a 5.000 euro. Nello stesso anno Berlusconi l’aveva riportato a 12.500, per poi scendere a 5.000 euro nel 2010 e a 2.500 euro nel 2011. Alla fine del 2011 è arrivato il Governo Monti, che l’ha portato al minimo storico di 1.000 euro. Ma nel 2016 il Governo Renzi ha provveduto a triplicarlo, portandolo a 3.000 euro.

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L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia travolge oggi anche il nostro paese. Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Salvini, segretario della Lega e oggi Ministro degli Interni nel nuovo governo giallo-verde. (Non dimentichiamoci che Salvini è consigliato da Bannon, ex-consigliere di Trump e portabandiere dell’ultra destra sovranista mondiale!)

fonte: antimafiaduemila

di Alex Zanotelli
E in queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. “E’ finita la pacchia dei migranti, i clandestini devono fare le valigie, se ne devono andare”, “Nessun vice-scafista deve attraccare nei porti italiani”, “Siamo sotto attacco e chiediamo alla NATO di difenderci dai migranti e terroristi,” “l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa”.

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I migranti salvati dalla nostra Marina militare sì, quelli imbarcati dalla Guardia costiera sulla nave di una Ong no. Perché? L’obiettivo è criminalizzare le Ong ma anche tutto il mondo italiano della solidarietà e della cooperazione sociale mediante una campagna mediatica “tossica”

fonte: per la pace

da: Avvenire

I migranti salvati dalla nostra Marina militare sì, quelli imbarcati anche dalla Guardia costiera sulla nave di una Ong no. I porti italiani sono rimasti chiusi per i 629 profughi a bordo dell’Aquarius, che raggiungerà Valencia supportata da tre navi italiane, non per i mille portati in salvo dalla Marina militare e dalle imbarcazioni del dispositivo di Eunavformed.

È la linea del Governo emersa in questi giorni, esplicitata dal ministro dell’Interno e segretario leghista Salvini e condivisa dai ministri pentastellati corresponsabili. Al titolare del Viminale va la paternità della definizione di «vicescafisti» per le navi delle organizzazioni non governative, mentre in campagna elettorale l’altro vicepremier Di Maio aveva coniato l’espressione «taxi del mare», oggi mutato nel più complessivo «business dell’immigrazione» che butta nello stesso calderone trafficanti africani e libici e la malagestione emergenziale di alcuni centri di accoglienza per criminalizzare tutto il mondo italiano della solidarietà e della cooperazione sociale.

Ma questa operazione di brutale semplificazione a uso mediatico di un problema terribilmente complesso, il traffico di esseri umani su scala intercontinentale, si basa su un paio di bufale.

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fonte: nandodallachiesa

E dopo il diluvio giunse l’ora dell’orgoglio. Ma partiamo dall’inizio. Cologne, provincia di Brescia, nel cuore della Franciacorta, dove, dice il mio accompagnatore, “ogni fazzoletto di terra diventa un vigneto”. Festa dell’Anpi, di quelle che si usavano una volta. Tre strutture stabili a formare un triangolo, una delle quali chiusa in muratura, e in mezzo una tensostruttura bianca. E’ prevista una serata speciale, una jam session tra libri e musica in onore della legalità. L’Anpi, ormai lo sanno tutti, non è più fatta di ex partigiani in via di estinzione. Molti giovani, dunque, e ancor più adulti, nostalgici di un partito che un giorno c’era e ora non c’è più. Resistenza e Costituzione. Cologne è paese di 7700 abitanti e 62 associazioni. Non per nulla il mio ospite, un giovane avvocato cattolico, Giovanni Bonardi, è assessore “alla cultura e alle associazioni”. Sui tavoli pullulano birre e patatine, mentre i menù promettono i mitici casoncelli, ripieni di erbe e immersi in burro sfuso.

Poi tutto cambia in un minuto di orologio. Nell’allegria contagiosa spuntano d’improvviso in cielo nuvoloni cupi e minacciosi. A Brescia diluvia, arriva la voce. Speriamo che il temporale vada da un’altra parte, si sussurra ai tavoli. Il temporale invece ci vede benissimo, e punta esattamente sulla festa dell’Anpi. Pochi secondi ed è un uragano.  

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fonte: liberainformazione

di: Piero Innocenti

A distanza di oltre quattro anni (aprile 2014)  dall’approvazione della legge n.67 in materia di pene detentive non carcerarie e di sospensione del procedimento penale con messa alla prova nei confronti delle persone irreperibili, con la delega all’Esecutivo di riformare il sistema sanzionatorio dei reati prevedendo, tra l’altro, l’abrogazione del reato di ingresso e soggiorno illegale nello Stato, trasformandolo in illecito amministrativo, il Governo non ha ancora provveduto alla sua cancellazione.

Il reato di immigrazione “clandestina” (art.10 bis del testo unico sull’immigrazione del 1998) era stato introdotto con il “Pacchetto sicurezza” del governo Berlusconi nel 2009 dopo che, nel  2002,  con la legge n.189 del 30 luglio, (la cosiddetta Bossi-Fini), erano state riconsiderate alcune procedure di espulsione degli stranieri irregolari introducendo misure più rigide. A metà del 2018, dopo che agli inizi del 2016 il governo Renzi aveva ritenuto “inopportuna politicamente” la depenalizzazione, nonostante autorevoli obiezioni tecnico giuridiche formulate anche da diversi magistrati, tra cui Franco Roberti allora Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, migliaia di segnalazioni  fatte dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri hanno continuato ad intasare gli uffici giudiziari (Procure della Repubblica e Giudici di Pace) per una contravvenzione definita, in molti casi con assoluzioni, in altri con condanne a pagare migliaia di euro (la sanzione per la violazione dell’art.10bis va dai 5mila ai 10mila euro), in realtà mai pagati per le condizioni di indigenza in cui si trovano, di norma, gli stranieri irregolari.

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fonte: libera

Sabato 16 giugno assemblea regionale nel cortile della Villa con Ciotti , Caselli e il prefetto Saccone.

Una storia italiana. Di criminalità organizzata arrogante e violenta. E di riscatto, di speranza e di coraggio della libertà. Una villa confiscata al re del narcotraffico italiano, un percorso di restituzione del bene alla collettività, Libera e le istituzioni protagoniste di questo percorso. Un incendio doloso, una chiara intimidazione per provare a frenare questo percorso. E la risposta immediata della rete di Libera. Siamo in Piemonte, a San Giusto Canavese e la villa confiscata apparteneva all’attuale re del narcotraffico italiano: Nicola Assisi, 60 anni, latitante, inseguito da un mandato di cattura europeo. Da alcuni mesi il suo nome è stato inserito tra i ricercati più pericolosi nella black-list stilata dal Ministero degli Interni.

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fonte: antimafiaduemila

di Rossella Guadagnini
“L’uomo è ciò che mangia” sosteneva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, ispiratore di Engels e Marx. E fin qui riflessione ottocentesca e pensiero postmoderno possono andare d’accordo. Ma il problema oggi è cosa c’è in quel piatto, che l’uomo mangia e diviene? Perché il cibo che arriva sulle nostre tavole può essere talvolta dannoso per la salute e frutto di filiere illegali, a causa di “draghi e camaleonti che camuffano prodotti di largo consumo, spacciandoli per genuini, buoni e giusti”. Un pericolo, dunque, da cui imparare a difendersi.

A lanciare l’allarme sono un (ex) magistrato e un docente universitario: Gian Carlo Caselli, giudice istruttore a Torino, poi alla guida della Procura della Repubblica di Palermo e procuratore della Repubblica di Torino, ora presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Al suo fianco Stefano Masini, docente di diritto agroalimentare all’Università di Roma Tor Vergata, attualmente coordinatore della attività dell’Area Ambiente e Territorio della Confederazione Nazionale Coldiretti.

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I migranti salvati dalla nostra Marina militare sì, quelli imbarcati dalla Guardia costiera sulla nave di una Ong no. Perché? L’obiettivo è criminalizzare le Ong ma anche tutto il mondo italiano della solidarietà e della cooperazione sociale mediante una campagna mediatica “tossica”

fonte: per la pace

da: Avvenire

I migranti salvati dalla nostra Marina militare sì, quelli imbarcati anche dalla Guardia costiera sulla nave di una Ong no. I porti italiani sono rimasti chiusi per i 629 profughi a bordo dell’Aquarius, che raggiungerà Valencia supportata da tre navi italiane, non per i mille portati in salvo dalla Marina militare e dalle imbarcazioni del dispositivo di Eunavformed.

È la linea del Governo emersa in questi giorni, esplicitata dal ministro dell’Interno e segretario leghista Salvini e condivisa dai ministri pentastellati corresponsabili. Al titolare del Viminale va la paternità della definizione di «vicescafisti» per le navi delle organizzazioni non governative, mentre in campagna elettorale l’altro vicepremier Di Maio aveva coniato l’espressione «taxi del mare», oggi mutato nel più complessivo «business dell’immigrazione» che butta nello stesso calderone trafficanti africani e libici e la malagestione emergenziale di alcuni centri di accoglienza per criminalizzare tutto il mondo italiano della solidarietà e della cooperazione sociale.

Ma questa operazione di brutale semplificazione a uso mediatico di un problema terribilmente complesso, il traffico di esseri umani su scala intercontinentale, si basa su un paio di bufale.

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fonte: antimafiaduemila

di Fabrizio Feo
Luciana Alpi, la mamma di Ilaria se ne è andata questa sera… Animo mai piegato, ha chiesto fino all'ultimo verità e giustizia: andando avanti nonostante un dolore indicibile, la sofferenza per quel colpo terribile, inferto il 20 marzo del 1994, il giorno dell'agguato di Mogadiscio, a lei e a Giorgio, il papà di Ilaria, scomparso otto anni fa. In questi 24 anni le indagini, quando hanno camminato, hanno percorso una strada piena di cortine fumogene e carte false. E nonostante questo ha tirato dritto Luciana, nonostante silenzi, lentezze, risposte che non arrivavano, ma anche ostacoli, indifferenze che non si aspettava, parole di circostanza e anche bugie ed offese. Si, anche quelle. Alla fine il suo fisico ha ceduto. Ora non ci si può fermare. Non ci si puo fermare nel nome di Ilaria e ora anche di Luciana e Giorgio che ci hanno insegnato il coraggio di andare avanti pur nel dolore per un una perdita immensa. Non ci si può fermare se si è consapevoli che l'assassinio di Ilaria e Miran sono stati insieme una dichiarazione di guerra al diritto dei popoli di non morire di veleni trafficati illegalmente e, al tempo stesso, al diritto dovere dei giornalisti di informare e, così, di difendere la collettività.
Se è vero che esistono una verità giudiziaria ed una storica, non si può ripiegare sulla seconda: non si può accettare di accontentarsi, quando la verità giudiziaria non è stata cercata compiutamente, o è stata negata, allontanata. Non ci si può arrendere. Ilaria non lo avrebbe fatto, Luciana non lo ha fatto, nonostante le forze, la salute, le sfuggissero. Fino all'ultimo, finchè ha avuto un soffio di voce.
Ciao Luciana, ci hai insegnato mille cose, e mille volte il coraggio, ci hai mostrato che nella ricerca della verità non c'è sosta, nemmeno quella che impone la fine della vita. Il tuo Spirito continua a soffiare, nel cuore di mille altri. E al Tg3, stanne certa Luciana, c’è chi non ha nessuna intenzione di arrendersi.

articolo in risalto

fonte: mbnews

Una gita di fine anno che gli alunni della 5H della Scuola Primaria Don Gnocchi di Concorezzo non scorderanno facilmente. Per suggellare la fine del loro percorso scolastico con un’uscita fuori porta che fosse degna di nota, le insegnanti hanno scelto per loro la permanenza in un luogo dal forte valore educativo, ovvero in un bene confiscato alla mafia nel 2014: la Libera Masseria di Cisliano.

«I ragazzi della 5H sono avvezzi alle uscite – ha raccontato la loro insegnante di Matematica Geografia e Scienze, Raffaella Sala – Negli anni ne hanno fatte molte e diverse: dall’esperienza in autogestione quando erano solo in seconda, al rifugio a 2mila metri, all’avventura su un’isola… Per questo volevamo programmare un viaggio d’istruzione un po’ insolito, un’esperienza unica che potesse lasciare un segno, un’impronta nel loro percorso scolastico e di crescita».

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fonte: nandodallachiesa

Finalmente sono riuscito a rintracciarlo. Salvatore. Così si chiama, cognome Benintende, il giovane leader di popolo che ho ammirato il giorno 23 maggio per le strade di Palermo mentre da un primitivo camioncino guidava il grande corteo di giovani partito dall’aula-bunker per andare all’albero Falcone. Un leader naturale, come pochi ne ho conosciuti. Il microfono che nelle sue mani è gentile e ruggente, le parole e le soste che scaldano i cuori anche ai bambini, gli incitamenti mai banali e men che meno volgari, le appassionate e sicilianissime esortazioni a “uscire un lenzuolo” rivolte a chi dalle finestre guarda il corteo. I lenzuoli bianchi ai balconi, da quel 1992 segno di ribellione. “Anche se non avete i lenzuoli, uscite qualcosa di bianco, pure un foglio, visto che siete in un ufficio”. E i fogli e le magliette escono e perfino i lenzuoli vengono srotolati nel tripudio generale, di cui lui si fa interprete entusiasta ed educato verso le anziane signore o le famiglie affacciate. Applausi dalle finestre, partecipazione di popolo.

“Mi prende tra gli scatoloni, prof, stiamo facendo l’ennesimo trasloco, una delle solite disavventure, l’infiltrazione d’acqua. No, non sono sposato, vivo con due amici, Danielino lo chef e Antonio che fa il coadiutore di un amministratore giudiziario. Vicino l’Antica focacceria San Francesco, conosce?”. Salvatore racconta spicchi di storia personale. Padre impiegato comunale a Leonforte, provincia di Enna, di cui è originario. Madre farmacista.

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fonte: liberainformazione

di: Valentina Tatti Tonni

Paolo Borrometi, se dovessi spiegare a qualcuno che non ne sa nulla di mafia, chi è e che cosa fa Salvatore Giuliano, cosa diresti?

Direi che sta togliendo il presente e il futuro ai cittadini della sua realtà. Direi che è colui il quale con la sua attività commerciale e imprenditoriale, nella quale figurava come un umile operaio poiché l’aveva intestata al figlio, voleva tentare di inquinare una filiera straordinaria – qual è quella del pomodorino ciliegino di Pachino – in una filiera di mafia. Direi che è colui il quale continua ad imporre ai cittadini di Pachino, e più in generale ai cittadini della provincia di Siracusa, le estorsioni, il pizzo, che cerca di influenzare la politica ed eleggere sindaci a lui amici, non per il merito ma per la politica clientelare dei favori. Direi questo.

Era del 10 aprile 2018 la notizia di un omicidio sventato, anzi di sei omicidi sventati, un attentato in piena regola come non si vedeva dagli anni delle stragi. A ipotizzarlo e organizzarlo, un uomo, il padrino dei Giuliano di Siracusa, Salvatore, che probabilmente provato dai colpi di penna inferti dal giornalista modicano Paolo Borrometi, pur di farlo tacere non aveva trovato altra soluzione se non quello di farlo uccidere.

In febbraio la polizia aveva intercettato una telefonata in cui Giuseppe Vizzini, un fedelissimo di Giuliano diceva: “Devi colpire a questo, bum, a terra. (…) Ogni tanto un murticeddu vedi che serve… per dare una calmata a tutti”.

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Il fondatore di Emergency, a "1/2h in più" commenta la vicenda "Aquarius"
fonte: antimafiaduemila

"Oggi in Italia c'è una guerra tra poveri, e questo è triste. 'Italiani prima! Vengono a portarci via il lavoro!'. S'è visto, gli sbarchi sono calati del 70 per cento e nessun effetto sui tassi di occupazione. La mia più grande preoccupazione è che la gente non dica nulla". A dirlo è Gino Strada, fondatore di Emergency, ospite ieri di Lucia Annunziata a "1/2 h in più", commentando la vicenda della nave Aquarius. "Questa società – ha aggiunto – sta diventando una giungla e ciò sta accadendo, purtroppo, anche nel nostro Paese. Stiamo valicando ogni possibile limite: dobbiamo capire se la vita umana vale ancora o no".
Per Gino Strada nella vicenda della nave Aquarius "sono in gioco tutti i valori della nostra società. Se riusciamo ancora a vedere una persona come tale e non ti giri dall'altra parte, anzi se non gli dai una coltellata alla schiena. Di tutta questa vicenda il punto che spaventa a me e' proprio questo. Ma in che mondo siamo? Nel mio mondo un sorriso, una gentilezza, il bisogno di accoglienza è fondamentale. Oltretutto abbiamo bisogno estremo di queste persone".
L'altra preoccupazione di Gino Strada è sulla salvaguardia di queste persone: "Cosa faremo? Andremo avanti a sballottare queste persone fino a che non c'è il morto? Per dire è stata colpa tua? Vorrei che l'Italia ritornasse ad essere un Paese civile".

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